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Liceo scientifico Temistocle Calzecchi Onesti di Fermo. Classe 4G.

mercoledì 23 aprile 2008

Calamità e uomo

CALAMITA' e UOMO

Le calamità sono eventi che colpiscono la collettività, esistono due tipi di calamità,: quelle prodotte dall'attività umana, e quelle causate dagli agenti naturali.
Fanno parte del primo tipo la distruzione delle foreste e delle praterie, lo sfruttamento irrazionale delle risorse naturali, l'esplosione demografica, l'urbanizzazione selvaggia, l'immissione dei gas nocivi nell'atmosfera e altri interventi di questo genere.
Invece le calamità indipendenti dall'attività umana sono le variazioni climatiche, le inondazioni, i cicloni e le tempeste, le eruzioni vulcaniche, i terremoti l'instabilità del suolo......... il proliferare delle attività che danneggiano la natura derivano dalla scomparsa di una cultura popolare attenta è consapevole delle risorse disponibili, dal tenore di vita della popolazione, la sua capacità d'organizzazione e sviluppo, il livello culturale e la capacità di chi si occupa della politica della zona interessata di prevenire è gestire lo stato critico e di limitare le conseguenze.
Lo sfruttamento sbagliato della natura è legato ai bisogni economici locali e allo sviluppo industriale..
L'uomo è cosciente di avere sfidato la natura, e sa di poter prevenire e attenuare le conseguenze adottando una profonda politica di prevenzione e con l'applicazione nei piani regolatori per lo sviluppo urbano, industriale e rurale. Purtroppo è consuetudine che le risorse finanziarie che dovrebbero essere destinate alla prevenzione vengono erogate solo durante le fasi immediatamente successive ad una catastrofe per realizzare lavori di ricostruzione e recupero.
L'intervento umano a volte aumenta la gravità dei fenomeni naturali pericolosi o addirittura causa dei nuovi fenomeni, o essere responsabile della riduzione delle capacità di equilibrio dell'ecosistema naturale.
Uno dei fattori di prevenzione contro ogni tipo di calamità è una equilibrata distribuzione dei beni e risorse al fine di assicurare un tenore medio di vita soddisfacente ad esempio un'adeguata educazione giovanile. L'efficace prevenzione dei rischi passa necessariamente attraverso un elevato grado di maturità della società. Natura e uomo sono compartecipi ai fenomeni che coinvolgono la collettività umane, le specie animali e vegetali l'ambiente planetario nel suo complesso, rappresentano un rischio potenziale, tale da compromettere la qualità della vita. " La cultura ambiente" non è ancora riuscita a raggiungere " la massa critica" capace di orientare le scelte di sviluppo e le pratiche istituzionali. Nella totalità dei casi, manca una progettualità ambientale. Molte attività produttive, molti modi di usare l'ambiente e il territorio, così come l'atteggiamento di molti studiosi tra cui economisti, uomini di governo, sono indifferenti all'impatto ambientale e ai problemi dell'integrità ambientale. Sono molte le persone incapaci di apprezzare le bellezze naturali. Questo si evidenzia soprattutto in coloro che sono nati e cresciuti in città e che non sono più in grado di apprezzare un paesaggio armonioso. Il fatto di sentire qualcosa di armonico e una capacità dei nostri organi sensoriali coordinata dal cervello. Sono le cosiddette" percezioni della forma" questi processi che non derivano dalla ragione sono definiti" Raziomorfici" ovvero la percezione della forma si basa su un accumulo inconscio di diverse impressioni sensoriali, che vengono immagazzinate nel nostro cervello e all'improvviso, come se fossimo stati folgorati da un'idea, vengono messi in rapporto d'interrelazione, consentendo così una nuova conoscenza. Il fenomeno può essere paragonato ad una complicata calcolatrice o ad un computer. Se si ha un certo" gusto ecologico "se si sa interpretare un paesaggio e conoscere paesaggi naturali armonici, e a distinguere quelli rovinati dall'edilizia selvaggia, è questa percezione della forma che insegna a distinguere le armonie dalle disarmonie. Queste educazione nella percezione degli equilibri è la premessa per educare alla protezione della natura. Negli ultimi anni è stata avanzata l'idea di un ciclo di gestione dei disastri che va dall'evento calamitoso alle attività di prevenzione ad esso legate, ci sono anche le attività di risposta all'evento e al ripristino delle condizioni normali.
Come appare evidente, la tematica presenta aspetti globalmente complessi che si possono ricondurre a due grandi categorie di problemi:
1) fenomeni naturali;
2) degrado ambientale entrambi riconducibili a rischio ambiente.(17)

lunedì 21 aprile 2008

Norme riguardanti il Decennio Internazionale per la Riduzione dei Distastri Naturali

Con la risoluzione 44/236,l’assemblea generale delle Nazioni Unite ha lanciato il decennio internazionale per la riduzione dei disastri naturali(International Decade For Natural Disaster Reduction - IDNDR).Secondo quanto stabilito dall’assemblea generale dell’ONU la comunità internazionale potrà dedicare una particolare attenzione nel campo della riduzione delle calamità naturali. E’ convinzione che soltanto mediante uno sforzo di collaborazione a livello mondiale si potrà rendere efficace la lotta ai disastri naturali. Scopo del decennio quindi è quello di creare lo sviluppo e l’impiego di metodologie integrate che sappiano raccogliere i dati necessari a diffondere ed applicare le tecniche di previsione e preavviso per la popolazione nel caso di una potenziale calamità. Inoltre occorrerebbe promuovere nuovi strumenti e metodi d’ informazione ed educazione che consentano di ottenere la partecipazione attiva della popolazione, la quale non deve rimanere passiva e riluttante nei confronti delle attività di mitigazione dei rischi. Durante i primi due anni del decennio internazionale sopra citato,venticinque esperti di varia nazionalità nominati dal segretario generale dell’ONU hanno provveduto a definire gli obiettivi specifici ed il programma delle attività di mitigazione preventiva delle calamità sia a livello nazionale che locale. Le linee guida di questa attività sono:
1. Valutazione dei rischi: tutti i fenomeni naturali che implicano un rischio potenziale dovranno essere identificati e portati all’attenzione delle autorità usando metodologie,simboli e termini specifici(esempio: nel nostro caso il territorio collinare che si estende tra Grottammare e Torre di Palme).
2. Piani di mitigazione a livello nazionale e locale che considerano la prevenzione, la preparazione e la regolamentazione per la riduzione dei pericoli ed il miglioramento della risposta di emergenza.
· Le autorità dovranno predisporre sia a livello nazionale che locale di un quadro legale necessario per realizzare le misure di mitigazione come pianificazione dell’uso del suolo, gestione delle acque, delle foreste e delle norme di costruzione.
· Le istituzioni nazionali e locali, responsabili della pianificazione, dello sviluppo, dell’organizzazione socio-economica, e del settore privato, dovranno assicurare l’attenzione ai livelli di rischio naturale durante le prime fasi di processi decisionali.
· Attuare misure di basso costo per prevenire il verificarsi o il ripetersi di fenomeni naturali evitabili (alluvioni,frane,incendi di foreste ecc.).Quest’ultimi dovranno ricevere un’adeguata attenzione e una priorità di finanziamento.
· Tutte le istituzioni accademiche, le varie scuole di ingegneria di architettura, pianificazione, economia, di pubblica amministrazione dovranno includere nei loro programmi concetti e misure di riduzione delle calamità applicabili a livello locale.
· Le autorità nazionali e locali dovranno condurre periodiche verifiche ed aggiornamenti dei piani di emergenza per assicurare un’efficiente e pronta assistenza alle attività di preparazione in caso di disastro naturale. I piani basati su un più pronto utilizzo delle risorse locali,dovranno riguardare ogni tipo di rischio naturale presente nell’area (esempio: piani comunali).
· Le istituzioni accademiche, mediche e le scuole professionali dovranno provvedere alla formazione del personale responsabile della risposta immediata dopo la calamità. Deve essere attuata una formazione accademica che periodicamente svolgerà un’attività di praticantato.
3. Acceso rapido ai sistemi di preavviso locali, nazionali, regionali e ampia diffusione dell’allerta.
· Per ogni tipo di fenomeno pericoloso le istituzioni devono predisporre di un sistema di sorveglianza per prevedere i fenomeni e diffondere il preavviso e le informazioni appropriate alle popolazioni e alle autorità locali. Tutto questo preavviso è importante per stimolare azioni atte allo scongiurare o ridurre le conseguenze della calamità.
· Tutte le persone e in particolare i bambini esposti ai rischi dovranno seguire corsi sulle misure di sicurezza e di preparazione localmente applicabili.(16)

Si possono prevedere le frane ?







Le frane sono fenomeni in qualche modo prevedibili. Circa il 30% del territorio nazionale è considerato a rischio idrogeologico, buona parte è suolo abitato. Molto importante è la prevenzione, che sarebbe forse più corretto chiamare" convivenza con le frane".
La sorveglianza delle frane è infatti diventata uno dei campi di applicazione del software di controllo ambientale". Abbiamo osservato in Ancona durante la visita alla sala operativa della Protezione Civile (sala Soup) il 4 giugno dell'anno scorso i cosiddetti sistemi di “telemonitoraggio" o “controllo a distanza" effettuati grazie a speciali rivelatori automatici o "sensori". Automaticamente i dati vengono trasmessi ad un calcolatore che li confronta con valori di stabilità o di allarme, a questo punto il computer con particolari programmi, è in grado di elaborare previsioni di tendenza nel tempo o segnalare un' eventuale situazione di pericolo più o meno immediato.




Per un periodo di venti anni l’atteggiamento dell’opinione pubblica riguardo al modo di avvicinarsi o subire i fenomeni naturali e successivamente il danno cui molto spesso gli stessi sono collegati è cambiato. E' cambiato perchè ha scoperto che le morti e i danni si potevano evitare. Il passaggio della filosofia dalla catastrofe “annunciata” a quella “del si poteva evitare” è stato rapido. Dopo sett’anni senza una proposta di legge riguardante gli eventi calamitosi, con il terremoto dell’Irpinia prima, dove c’è stata la massima disorganizzazione, e successivamente con la vicenda del ragazzo caduto in un pozzo artesiano a Vermicino nel 92 sono state approvate le prime leggi riguardanti la protezione civile. Siamo rimasti affascinati da questa nuova filosofia del lavoro, l'esigenza di questo atteggiamento scientificamente valido che consente di ottenere interpretazioni corrette dei fenomeni naturali e relativi comportamenti concreti è molto presente. Sarebbe auspicabile controllare gli interventi umani sull'ambiente che potrebbero rivelarsi dannosi. Da quando la competenza del controllo geologico è stata trasferita alle Regioni, sono queste a concedere o negare i progetti dei nuovi fabbricati nelle zone a rischio, un'autorizzazione preventiva a seguito di una istruttoria tecnica, l'opinione comune dei ricercatori presso il CNR è la seguente: molto spesso basterebbe usare il buonsenso in quanto ci sono rischi individuabili bene anche ad occhio nudo esempio: colline dalla forma particolare, leggermente erose, o a forma di arco, la cui composizione e poco adatta a sopportare nuove pesanti opere di muratura, ancora oggi si continua a costruire sulla sabbia (in seguito abbiamo compiuto uno studio più approfondito considerando la sabbia come materia granulare), ancora validi sono i controlli effettuati con strumenti particolari come i pluviometri importanti per valutare le precipitazioni atmosferiche, i piezometri utili per il controllo del livello dell'acqua. L'accuratezza di queste misurazioni rende possibile, un'analisi più approfondita dell'instabilità. L'elenco delle cause che possono dare origine ad una frana è molto vario, ricordiamo uno dei motivi per cui il terreno scivola è il suo aumento di peso specifico dovuto ad un appesantimento o a un maggiore assorbimento di acqua (capillarità), un altro motivo può essere la minore coesione tra i suoi componenti, altre cause predisponenti possono essere la natura delle rocce, e del terreno, la giacitura degli strati, l'inclinazione del pendio, la presenza di acqua nel sottosuolo, a questi si sommano spesso interventi minori sconsiderati quali il disboscamento indiscriminato, un'edilizia selvaggia, ecc… Quando il danno è ormai fatto si tratta di mantenere la situazione sotto controllo e ci si augura che non sopraggiungono cause scatenanti come il prolungarsi di piogge intense o lievissimi movimenti sismici. Abbiamo visto in questo progetto, come la costituzione geografica delle colline del litorale marchigiano, sono formate da rocce sedimentarie di tipo clastico. E' interessante notare come la classificazione delle rocce clastiche e dei sedimenti sciolti si basa principalmente sulle dimensioni dei frammenti, se le dimensioni dei granuli sono superiori a due millimetri la loro forma è arrotondata e si parla di ghiaia, un accumulo di frammenti angolosi di dimensioni superiori ai due millimetri è chiamato pietrisco, quando la dimensione dei granuli presenta un limite inferiore di circa un micron si parla di sabbia, se questa sabbia per il processo della diagenesi è stata trasformata in roccia compatta, la roccia si chiama arenaria, se le dimensioni dei granuli sono ancora inferiori a un micron, il sedimento sciolto è denominato silt, con dimensioni dei granuli inferiore a 0,004 mm il sedimento sciolto è denominato argilla, all'interno di ognuna di queste classi granulometriche è possibile classificare ulteriormente le rocce clastiche sulla base della composizione mineralogica. In questo progetto, in riferimento alle dimensioni dei granuli delle rocce sedimentarie clastiche, abbiamo notato di essere in presenza della materia granulare, infatti i sedimenti sciolti sopraelencati sono solidi senza dubbio, ma se andiamo a considerare un cumulo di sabbia, possiamo affermare che non lo è propriamente, infatti se versiamo dall’alto della sabbia in un recipiente non nè prende la forma, non può essere considerato un liquido, poiché non si dispone orizzontalmente, ma a cono. E' non è sicuramente un gas. Probabilmente bisogna inventare un quarto stato della materia che potremmo chiamare "granulare".










Sabbia di mare Arenaria Arenaria


Numerosi fisici sono stati presi da un improvviso interesse per questa materia granulare, sul piano sia teorico che sperimentale. Questa materia granulare si incontra ovunque, nelle costruzioni e nei lavori pubblici, nel settore agro-alimentare, in farmacologia, ecc.. Abbiamo eseguito una ricerca riguardante la materia granulare, e abbiamo notato che i fisici e i matematici, dopo essersi preoccupati a lungo dell’ infinitamente piccolo, oggi si rivolgono verso oggetti in apparenza più comuni, infatti su questo terreno troviamo dei fenomeni inattesi, qualche volta il caos, spesso una grande complessità e talvolta delle leggi universali. Un cumulo di sabbia, è formato da un insieme di grani solidi che obbediscono alle leggi della meccanica classica. È molto difficile individuare il loro movimento poiché sono numerosi, ma un aiuto può venire dalla fisica statistica, esattamente come lo studio di un gas. Un gas è descritto con tre proprietà statistiche: la temperatura, la pressione e il volume. Queste grandezze, misurabili, corrispondono a delle proprietà medie delle molecole in scala microscopica. La domanda che ci poniamo è questa: il cumulo di sabbia si comporterà come un gas? Noi sappiamo che un gas è omogeneo tutte le particelle puntiformi sono nello stesso stato e percorrono delle traiettorie simili, qualsiasi sia la loro posizione iniziale. Un mucchio di sabbia è intrinsecamente eterogeneo, quando si vuole comprimere dei granuli di sabbia chiusi in una bottiglia trasparente, si nota che le forze si ripartiscono in modo estremamente ineguale: i grani compressi costituiscono delle specie di strade dove le forze si trasmettono per contatto" una rete di costrizioni" che circonda delle zone dove i grani non sono praticamente sollecitati.
Un cumulo di sabbia non può essere paragonata a un gas, ma si può quando si muove paragonarlo a un liquido? No non possiamo, per convincersene è sufficiente osservare una clessidra. Il flusso di sabbia nella clessidra resta regolare a mano a mano che la parte superiore si svuota, questo dimostra che la pressione al livello della strozzatura è indipendente dal livello dell'altezza della sabbia sovrastante. Per un liquido al contrario la pressione è proporzionale all'altezza. Questa differenza fra sabbia e liquidi deriva dallo sfregamento dei granelli sulle pareti: quando il recipiente è stretto, la pressione della sabbia si concentra quasi unicamente sulle pareti e non sul fondo. Questo sfregamento dei granelli, detto sfregamento solido, costituisce una delle chiavi del comportamento di un mucchio di sabbia. Fu Charles de Coulomb (celebre per la legge sull'attrazione elettrostatica) che nel 1773, volendo spiegare la stabilità delle scarpate di fortificazione, definì il coefficiente di attrito solido* di un cumulo di sabbia, legato al suo angolo di riposo massimo.

Se si versa della sabbia su un mucchio la cui pendenza fa con il suolo un angolo minore dell'angolo di riposo, l'attrito è sufficiente per opporsi al peso della sabbia, che resta nel punto dove è caduta. Ma se l'angolo del cumulo di sabbia è uguale o superiore all'angolo di riposo l'attrito è insufficiente e la sabbia scivola. Però l'attrito non riesce a spiegare tutto, infatti un cumulo di sabbia può rimanere stabile oltre questo angolo di riposo. L'esperienza mostra che le frane e anche le valanghe non si staccano che a partire da un altro angolo limite, maggiore di qualche grado. Dopo una frana o una valanga il cumulo si ritrova con un angolo inferiore, corrispondente circa all'angolo di riposo definito dallo scivolamento solido. La spiegazione è stata trovata nel 1885 dal fisico inglese Osborne Reynolds. Per deformarsi, egli dichiarò che un cumulo di sabbia deve dilatarsi. Infatti i grani sono embricati (cioè disposti come le tegole di un tetto) e per scivolare devono" districarsi" scostandosi leggermente, questo fatto si produce al di là di una certa inclinazione. Da qui la formazione di un secondo angolo, l'embricatura si aggiunge all'attrito solido per stabilizzare il cumulo. Questo effetto è chiamato "dilatanza".





per comprimere un mucchio di sabbia, per renderlo appuntito, o per fargli assumere diverse forme geometriche, abbiamo effettuato delle prove di compressione, poiché volevamo verificare se il sedimento sciolto dell'arenaria si poteva compattare e cementare. Siamo rimasti meravigliati come questa materia granulare si può trasformare, abbiamo costruito un faro chiamato Protezione Civile, è una rappresentazione del 1848 del castello di Marano (Cupra Marittima)




costruiti entrambi con mattoncini di arenaria compattati e cementati.(15)




domenica 6 aprile 2008

Il colle chiamato di Sant'Andrea sorge a quota 104 del F.125 dell'IGM denominato Cupra Marittima,l'omonimo castello occupava l'appendice a strapiombo sul mare tra il fosso delle Cupe, che lo divideva dalla collina su cui sorge Marano, in direzione nord e il fosso di Sant'Andrea in direzione sud.
La prima mensione del Castrum Sancti Andreae è del 1229 quando il Duca di Spoleto Rinaldo di Urslingen, vicario di Federico II per la marca di Ancona, concede a Ripatransone alcuni castelli tra cui quello di S. Andrea.In base a questa notizia si può ipotizzare la nascita del castello intorno alla fine del XII secolo.
In un documento del 1224, compare il nome Rinaldus Guarnerii de Sancto Andrea. Dopo la sua morte,avvenuta nel 1251, il fratello Crescenzio ed i figli Andrea, Aldobrandino e Grimaldo affidano il castello alla protezione del Comune di Fermo.Da allora il castello entrò a far parte del governo di Fermo e vi rimase fino all'unità d'Italia.Dell'antico insediamento castrense oggi rimane ben poco. I resti delle strutture fanno ipotizzare l'andamento e l'organizzazione del nucleo abitato. Il primo movimento franoso di cu si ha notizia è del 1569. lo storico locale G.B. Mascaretti così descriveva il fenomeno:Il castello di S.Andrea collocato su di una collina, come tante se ne scorgono da Pedaso a Grottammare, quasi tutte dirupate, nel 1569 in occasione di una intensa pioggia e di un mare tempestoso che flaggellava le pendici della collina, perdette la Chiesa pievanile e diciotto case le quali con la parte del colle su cui erano basate, si rovesciarono nel vicino Adriatico.
Nel corso del Seicento e del Settecento continua per il castello di S. Andrea un lento e inesorabile degrado che lo condurrà verso la metà dell'ottocento all'abbandono completo da parte degli abitanti.
Stessa sorte subì Castrum Fageto, antico nome del castello di Pedaso, che fu costruito prima dell'anno mille. Esso era situato"sul più alto pendio del monte" prospicente al mare e seguiva l'alternarsi delle vicende storiche e politiche di Fermo. Nel 1792 G.Colucci scrittore di storia picena così lo descrive: questo piccolo castello della diocesi e dello stato di Fermo, che esisteva in un collicello sopra l'imboccatura del fiume Aso presso il mare essendo malsicuro e pericolante ora si riedifica lungo la spiaggia e perciò verrà comodo e popolato;così nacque il nuovo borgo di Pedaso, le case costruite furono diciotto più la Chiesa parrocchiale disposte a doppia fila sotto la strada Aprutina oggi strada statale SS 16. (14)

lunedì 17 marzo 2008

Fenomeni Franosi del Passato

Questo territorio oggetto del nostro studio è stato sottoposto nel corso dei secoli ad un'intensa attività franosa. Le frane hanno spesso variato la configurazione topografica della costa oltre a favorire lo slittamento dei centri delle alture dove si erano arroccati, verso il basso.
Grottammare, Marano (Cupra Marittima), Torre di Palme sono centri a carattere medioevale fondati intorno al X-XII secolo, su falesie in prossimità del mare dagli identici caratteri geologici e morfologici.
Dal libro di Giovanni Bucci abbiamo selezionato un appello inviato dall'autore ad un suo alunno On. Amintore Fanfani, perchè aiutasse la causa di Cupra alta, unitamente agli abitanti di Marano: ci serviamo di questo appello per descrivere la situazione in quegli anni del borgo antico.
"Quassù le strade sono ridotte a rompicolli paurosi che ogni pioggia trasforma in letti di torrente, che sulle case anno per anno vengono crescendo i crepacci paurosi; che tuttavia sono abitate, case pericolanti; che quelle abbandonate e demolite diventano depositi di sudiciume e campi di ortiche e di cardi..... Sono tristi verità che tutti vedono, anche i forestieri che d'estate salgono il colle e, mentre ammirano le meraviglie della natura, si sentono stringere il cuore davanti all'incuria degli uomini, anche gli abitanti della marina che qui vengono a rivedere le chiese della loro infanzia, le case dei loro avi, e di qui passano per andare a salutare i morti. Ma deplorare a parole è sterile, occorre riparare, compiere fatti. Ci si domanda: le case sono abbandonate perchè cadono? Perchè tutto il colle cede ed è destinato a precipitare nel mare? Ne sarebbero indizi i continui cedimenti dei recenti muri di difesa e le piccole frane che si generano qua e là, per esempio vicino alla fontana pubblica. In questo caso sarebbe più che mai urgente provvedere, perchè la rovina del colle spazzerebbe tutta la marina, come si è visto in frane recenti. O cadono le case perchè sono abbandonate? Sono le volte su cui molte di esse erano costruite, che accrescono la loro spinta quando sono liberate dal peso che le comprimeva? Certo è che sono sempre intatte le tre Chiese e le costruzioni che sono state sorvegliate. E' presumibile che molte altre si salverebbero se fossero tempestivamente riparate, se fosse completa la cintura esterna di difesa che ha un'interruzione breve a monte della Chiesa dell'Annunziata, se fosse sistemato il drenaggio delle acque e rimboschito ogni spazio rimasto vuoto, se fossero demolite infine radicalmente le case pericolanti provvedendo insieme alla costruzione di speroni che sostengono le costruzioni residue. Alcune di esse si potrebbero facilmente rendere abitabili se i proprietari uscissero dal loro assenteismo. Non si rimandi la soluzione di un quesito che diventa più che mai doloroso e urgente con ripetersi di scosse telluriche nella nostra regione, basta pensare che un forte terremoto potrebbe trasformare tutta Cupra in una fumante rovina per riconoscere che il nostro grido di allarme e di protesta non può, non deve, rimanere come tanti altri inascoltato."



La collina di Grottammare franò nel 1103 formando i poggi di Sant'Agostino e Madonna degli Angeli. Considerando che il livello del mare in quel tempo era più alto dell'attuale, la presenza di due poggi in mare creò una piccola insenatura che permise la formazione di un porto.
Nel 1451 la zona di Grottammare fu colpita di nuovo da una frana che interessò ancora il poggio di Madonna degli Angeli, mentre la città anche in questo caso non fu interessata, salvandosi da una possibile sciagura. La frana fu molto vasta, poichè provocò la caduta in mare di un masso che venne chiamato San Nicola, per la Chiesa che vi era costruita e che pure fu distrutta. Lo scoglio nella discesa verso il mare si arrestò nei pressi di un altro grosso masso anch'esso residuo di qualche frana precedente a quella del 1103. La posizione in mare dei due scogli San Nicola e Piccuto permetteva un miglior riparo delle imbarcazioni perchè creava un prolungamento naturale.
Attualmente lo scoglio di San Nicola non esiste più perchè fu distrutto nel 1863 per il passaggio della ferrovia. Le sue dimensioni erano di circa otto metri si ergeva sulla superficie marina, era lungo 15 metri e largo 10 metri;
con la frana del 1575, fu colpita la città di Grottammare, interessò la zona sottostante il ripido pendio del monte castello a levante. La frana non intaccò però le mura del castello, costruite qualche secolo prima, esse erano probabilmente molto forti e funzionarono come muri di contenimento alla spinta delle terre. Questa stessa zona risulterà nuovamente colpita nel 1760 dalle masse di terra che si staccheranno dal monte sovrastante. Questa frana provocò l'abbattimento di case e mura pericolanti del monte castello e la distruzione di qualche casa sottostante al suddetto monte. Da quel momento la città perderà la sua configurazione morfologica e tipologica d'origine perchè le case e le mura abbattute non furono più ricostruite. La frana del 1760 provocò la realizzazione del progetto di un nuovo borgo nel 1769, costruito sulla distesa che si era formata con l'avanzamento della costa. Nuove frane colpirono Grottammare nel 1900, quest'ultima frana portò il definitivo spostamento degli abitanti verso il nuovo centro che nel frattempo si era ben sviluppato. Poco più a nord della città alta di Grottammare, oltre il fosso di Santa Lucia sorge il monte delle quaglie, anch'esso franoso. La più antica frana che si ricorda del monte delle quaglie avvenne il 5 aprile 1843 e fu descritta dal canonico G. Bernardino Mascaretti in una delle sue memorie. Il masso staccato dal colle formò dentro il mare una lingua di terra estesa per 560 metri senza tenere conto della parte che non appariva più perchè sommersa dalle acque.
Il 9 maggio 1928 tra le ore 21.45 e le ore 22.10 un tratto dal colle compreso tra il fosso cipriani e il fosso dell'acquarossa scivolò fino ad interrarsi nel mare per una profondità di circa 120 metri. La frana travolse la sede della strada provinciale Aprutina oggi S.S. 16 che non avendo potuto resistere all'enorme peso, si frantumò. Una più solida resistenza oppose la ferrovia, anche se la parte superiore della massa in movimento passò oltre la sede ferroviaria e si spinse in mare. Ci furono vittime, la frana coinvolse case e un treno viaggiatori,chein quel momento sopraggiungeva, l'accelerato 1785 proveniente da Bologna.(13)

venerdì 29 febbraio 2008

Fenomeni Sismici e Franosità

La parte più esterna della terra, la crosta terrestre, è formata da parti di roccia solida in scorrimento l'una rispetto all'altre propulse da enormi forze endogene indotte dalla dinamica del globo terrestre. Questi movimenti avvengono grazie all'esistenza di un gran numero di discontinuità (fratture) più o meno estese e bordi di placche tettoniche,tra cui avvengono continui aggiustamenti causati dagli anzidetti dinamismi. Laddove le placche tendono ad allontanarsi, la crosta terrestre si assottiglia fino a smembrarsi lungo le cosìddette dorsali medio-oceaniche. Nelle zone in cui le placche convergono, invece si verifica un ispessimento della crosta terrestre e conseguentemente l'innalzamento di intere catene montuose (Alpi, gli Appennini ecc).
Il movimento delle masse rocciose lungo le faglie, all'interno della crosta terrestre, può innescare delle tensioni che possono deformarla. Se queste tensioni superano il limite di rottura le rocce si rompono e si ha una dispersione di energia elastica sotto forma di vibrazioni o di impulsi acustici simili ad un'esplosione. Quando queste vibrazioni o onde sismiche raggiungono la crosta terrestre, viene avvertito il terremoto e gli effetti che la scossa produrrà in superficie. Le scosse possono prodursi a profondità variabili da qualche chilometro a qualche centinaia di chilometri all'interno della terra. Il punto dove avviene la rottura della roccia prende il nome di IPOCENTRO del terreno, la sua proiezione alla superficie terrestre viene detta EPICENTRO. La forza del terremoto può esprimersi in diverse maniere. All'ipocentro viene indicato come magnitudo, la misura strumentale proporzionale all'energia liberata al momento della rottura. Esso dipende dalle caratteristiche della roccia e dalla quantità di energia accumulata. Viene espressa mediante una scala di nove valori scala RICHTER.
L'intensità del sisma in superficie dipende dalle modalità di propagazione dell'onda attraverso le rocce. Essa si esprime mediante l'intensità Macrosismica, una scala di valori fondata sulle conseguenze direttamente rilevabili nella regione colpita dal sisma es. (danni ai fabbricati, modificazione della superficie del suolo, ecc). I differenti valori di intensità sismica sono stati espressi, in origine, da Giuseppe Mercalli in una scala comprendente 12 livelli di intensità crescente.
Per rappresentare gli effetti del terremoto all'interno dell'area colpita si tracciano le curve dette ISOSISME. Quando si verificano rapidi movimenti del fondo marino associati a scosse sismiche, frane, eruzioni vulcaniche, si producono enormi onde di marea o Tsunami che si propagano sulle aree costiere.
Abbiamo descritto che cosa sono i terremoti, poichè lo studio dei fenomeni franosi di un territorio, oltre a dipendere dalle caratteristiche geologiche e morfologiche precedentemente analizzate, può avere una ripercussione sismica nei confronti del territorio.
Una scossa sismica favorisce l'attivazione di un movimento franoso o può creare di presupposti per una pericolosità potenziale, innescando uno dei tanti fattori occasionali per cui si può avere un movimento franoso senza che le informazioni geomorfologiche lo rendessero prevedibile. La sismicità dell'area marchigiano-abruzzese è distribuita su due fasce dell'andamento pressochè parallelo alla catena Appenninica.
La zona Appenninica è caratterizzata da alti valori di sismicità, mentre la zona lungo la costa adriatica è caratterizzata da bassi valori dell'attività sismica; nella zona costiera, i maggiori terremoti avvenuti dopo il 1000 d.c. fino al 1970 hanno avuto una intensità epicentrale intorno a 7 MCS con eventi a volte molto localizzati e a volte interessanti aree più estese. Per quanto riguarda il tratto di costa da Grottammare a Torre di Palme, studiato nel presente progetto, si può affermare che l'attività sismica è stata poco consistente e non ha avuto grosse responsabilità nell'elevata franosità dell'area.
Comunque bisogna considerare il rapporto che esiste tra geologia e rischio sismico.
E' noto, come la diversa consistenza dei terreni può condizionare gli effetti di un terremoto e di conseguenza anche la distribuzione dell'intensità sismica.
Ad esempio nei litotipi poco consolidati, ad una diminuzione della velocità di propagazione delle onde sismiche corrisponde un incremento dell'intensità sismica. I terreni poco coerenti come le sabbie, le argille, le ghiaie, le alluvioni fluvio-lacustri, i depositi litoranei, le rocce compatte ma profondamente alterate, sono molto più pericolosi dei terreni solidi e non disgregati.
La profondità e la giacitura del substrato, le differenti facies litologiche, morfologiche e tettoniche, condizionano la variazione di intensità delle onde sismiche. Questo porta a considerare che, seppure il territorio studiato sia a bassa sismicità, per la costituzione geologica dei terreni esiste un rischio sismico.(12)

mercoledì 6 febbraio 2008

STRUTTURA GEOLOGICA

Se prendiamo in considerazione la nostra area di studio, possiamo affermare che la struttura geologica caratterizza fortemente l'assetto idrogeologico, di cui abbiamo descritto precedentemente gli aspetti generali.
Se osserviamo la struttura monoclinale immergente verso NE notiamo che è costituita da strati permeabili( sabbie o conglomerati), sovrapposti a strati impermeabili, che impediscono ogni ulteriore infiltrazione delle acque.
Quindi si formeranno falde acquifere avente letto o base al contatto sabbie argille, la cui superficie piezometrica segue in generale la morfologia del rilievo. Questo è molto evidente a Grottamare che presenta una supericie di accumulo maggiore in quanto vi drenano la acque provenienti da Ripatransone; (in tempi antichi furono scavate grotte per l'approvvigionamento dell'acqua).
Considerando l'aspetto tettonico dell'area del nostro studio, siamo in presenza di una monoclinale ,La prima fase, databile Pleistocene inferiore,pone termine alla sedimentazione marina delle argille e genera un diffuso sollevamento dell'area fino all'emersione. In concomitanza con questo fenomeno inizia la sedimentazione delle sabbie di spiaggia e successivamente delle ghiaie fluviali.
Alla seconda fase tettonica è associata la formazione dei terrazzamenti fluviali del secondo ordine e la regressione marina che genera una linea erosiva costiera ben visibile sotto la falesia principale (cfr.la sopradescritta formazione di falesia.Esempi di terrazzamenti sono visibili nel territorio di Cupra Marittima e sotto la chiesa parrocchiale dove una scalinata costruita su una scarpata morfologica raccorda due livelli e nella Pieve di S. Basso,sempre relativa alla medesima area.








La terza fase tettonica, la più blanda, dà origine ai terrazzamenti fluviali del terzo ordineed a una regressione marina che genera le "paleospiaggie" ed una linea di erosione soltanto parzialmente visibile poichè mascherata dai sedimenti eluviocolluviali depositatisi sopra di essi.
Queste tre fasi descritte sono molto blande in confronto a quelle plioceniche che hanno generato in profondità una serie di pieghe faglie che presentano una convergenza verso est. Il bacino pliocenico si presentava molto articolato e costituito da un susseguirsi di sinclinali e anticlinali delimitati da faglie inverse. Nel Pleistocene si è avuto un colmamento ed un pareggiamento di tutte queste strutture da parte delle "argille grigie" di provenienza erosiva appenninica.Le tre fasi tettoniche presenti nel Pleistocene non hanno fatto altro che "basculare" verso est tutto l'ammasso di argille presentinell'area.










L'elemento geomorfologico più evidente nell'area del nostro studio è la falesia costiera costituita da materiali clastici grossolani a varia cementazione che giacciono sopra argille grigie azzurre sovraconsolidate. Secondo alcuni autori tale falesia è impostata lungo una originaria discontinuità tettonica.
Secondo E. Centamore e G. Deiana dietro alla falesia costiera occorrono due sistemi principali di faglie dirette, orientate l'uno in senso appenninico (NO-SE) e l'altro in senso antiappenninico (perpendicolare)così come si può leggere nella carta geologica dei depositi pliopleistocenici tra i fiumi Tenna e Tronto.
Altri autori non si trovano d'accordo con questa interpretazione, e cioè sostengono che nelle tre fasi del Pleistocene non si sono generate "faglie sismogenetiche" ma solamente piccole fratture di scarsa importanza. La naturale evoluzione della falesia è verso un abbassamento della pendenza media per i successivi fenomeni di erosione e frane di crollo. I fenomeni erosivi sono continui e costanti. Le frane sono periodiche e spesso di notevole entità tanto da modificare in alcuni tratti i caratteri topografici del territorio. (9)

Che cos'è una frana?
La frana consiste in un rapido movimento di enormi quantità di terreno o materiale roccioso lungo un pendio divenuto instabile per qualche motivo es. (forti pioggie, terremoti, erosione, ecc )soggetto alla forza di gravità, il materiale scivola verso il basso arrestandosi sul piano a formare un cosiddetto "cumulo di frana".
Un versante rimane in equilibrio gravitazionale finchè la coesione e l'attrito tra le rocce riescono a vincere la forza di gravità. La parte di un versante che non si trova più in equilibrio gravitazionale si svincola dalle rocce circostanti e si mette in movimento. Le frane sono fenomeni naturali, possono verificarsi lungo pendii rimasti stabili durante centinaia di milioni di anni.



Gli studiosi di geomorfologia e geologia tecnica usano distinguere tali cause in "esterne" e "interne" (10).
Tra le cause esogene:troviamo l'erosione di un versante ad opera di un corso d'acqua, uno scavo effettuato per la costruzione di una strada , che aumenti l'inclinazione di un versante, lo scuotimento dovuto ad una scossa sismica, la deposizione di materiale pesante sul bordo di una scarpata.
Tra le cause endogene: di gran lunga più importante è il rapido aumento della quantità di acqua che imbeve la roccia. Tale condizione che riguarda la nostra area di studio, si verifica, quando abbondanti precipitazioni piovose si concentrano nel tempo, l'acqua esercita una forte pressione interna che diminuisce la resistenza meccanica della roccia favorendo la disgregazione. Questa presenza di elevate quantità di acqua all'interno di un versante, lungo un pendio, composto di roccia facilmente alterabile come le arenarie, argille, sabbie e limi, costituisce sempre un costante pericolo.
La tipologia delle frane che riguarda la nostra aria di studio è quella di CROLLO: queste frane sono originate improvvisamente dal cedimento dei pendii molto ripidi costituiti dalle sopraelencate rocce alterabili. In alcuni casi il pendio crolla a causa dello scalzarsi del piede dalle scarpate ad opera dell’acqua sorgiva o per mezzo dell’erosione superficiale, eolica, meteorica o a causa dell’uomo.
Altre tipologie di frane oltre a quella di crollo sopra descritta, sono:

Frane di scivolamento: hanno luogo quando il materiale di frana composto sia da roccia compatta che da detriti scivola lungo un piano inclinato. Il piano coincide spesso con la superficie di uno strato a bassa consistenza che si comporta come un lubrificante. Altre volte il piano di scivolamento è una frattura o piano di faglia.







Frane di scoscendimento: sono dovute a movimenti di materiale sciolto o poco cementato lungo superfici curve. Le cause sono la diminuzione di attrito tra i granuli per infiltrazione d’acqua.











Frane da smottamento: sono movimenti superficiali rapidi delle coperture detritiche dei versanti.La presenza di abbondante quantità di acqua può determinare una perdita di attrito è un appesantimento del materiale.




Frane da colamenti: sono simili agli smottamenti, ma riguardano terreni formati da detriti di piccole dimensioni, come le argille, appesantiti e resi fluidi dall’acqua d'infiltrazione. Nei colamenti il movimento non è ristretto a un singolo piano o a pochi piani, ma si attua per deformazione interna di tutta la massa. Si ha un comportamento plastico di tutto il materiale


I colamenti possono essere di detriti: sono movimenti di materiali fluidi a granulometria superiore a quella della sabbia, che possono raggiungere velocità fino a qualche chilometro all’ora.
I colamenti di fango: sono costituiti da un miscuglio di fango, suolo, detriti di roccia e acqua. I colamenti di fango hanno minor viscosità rispetto a quelli de detrito e possono raggiungere velocità di parecchi chilometri all’ora. Il fenomeno si innesca in seguito a piogge infrequenti ma prolungate. (11)



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